Storia

1754 - 2004

Del Bambolo, seppure con diversa denominazione, si parlava già in epoca preromana, allorché le carovane e il traffico diretto al nord e viceversa si facevano sosta per rifocillarsi e cambiare i cavalli, che venivano parcheggiati nel vicino “addiaccio” (da cui il toponimo “Ghiacci”, ancora in esercizio).

Vi furono rinvenuti, in varie epoche, numerosi oggetti dell’età del bronzo, frammenti di accette, cuspidi di lance, resti di fibule, morsi di cavallo, testimoni indiscussi di intensa attività viaria e operativa.
Da epoca immemorabile la via Aurelia, per aggirare l’ampio golfo della foce del Seggio, giunta da sud al Bambolo deviava verso nord est, incontrava il “Casalone dell’Osteria del Piano di Castagneto” che distava circa un chilometro e mezzo dalla via Aurelia attuale e un centinaio di metri della Fossa di Bolgheri, proseguiva poi per Scalabrone e l’ “Osteria Vecchia del Piano di Bolgheri”, infine rientrava nel percorso attuale poco prima di San Guido.

Nel 1749, subentrati i Lorena ai Medici, fu emanata la Legge sui Feudi e i grandi latifondisti, per non essere classificati feudatari e privati dei loro possessi, furono costretti ad apportare notevoli migliorie ai propri possedimenti, specialmente ai cassoni ed alle osterie che sorgevano lungo le grandi vie di comunicazione.

Il conte Guido Filippo della Gherardesca, stabilitosi a Bolgheri, dovette perciò sostituire l’Osteria del Piano di Castagneto, ormai semidiroccata e 
pericolante, con una nuova osteria, il futuro Bambolo, ubicata in una posizione ancor più strategica, cioè alla confluenza delle strade per i porti
del Seggio della Bassa, delle due divergenti direzioni della via Aurelia, della via per Castagneto e della valle dei Molini, insostituibile fonte gastronomica. I lavori furono intrapresi nel 1754, giusto 250 anni fa.

Ma il 9 dicembre 1755 il conte venne a mancare per la malaria e ogni attività fu inevitabilmente sospesa, per essere ripresa nel 1756 dalla vedova Virginia Pandolfini a nome dei figli Ugo, Cammillo, Tommaso Buonaventura e Neri.

La costruzione si protrasse fino al 1759, con i cardinaletti, gli stipiti, una grande tavola comunitaria di marmo e un “mascherone” pure di marmo, forse un busto dello stesso conte Guido Filippo, che si ritrovò cosi ad assolvere la delicata funzione di insegna della nuova entità gastronomica. Il tutto scolpito da Romolo Della Bella, nipote omonimo del costruttore della chiesina di San Guido e autore di importanti opere a Castagneto e a Bolgheri. Purtroppo il mascherone non ebbe fortuna, perché, in occasione delle rivolte del Quarantotto, fu abbattuto e fatto rotolare fino all’inizio della salita di Castagneto, dove fu sepolto.

L’osteria, chiamato semplicemente “Osteria Nuova del Piano di Castagneto” era priva, secondo le usanze dell’epoca, di servizi igienici, anche perché accanto scorreva il Botro ai Molini, a quei tempi felici ricco di acqua in ogni stagione e indispensabile fonte di dissetamento e di igiene per persone ed animali.

E l’osteria pian piano decollò, col lungo tavolo comunitario e un fantasioso girarrosto costruito da un tal Monti di Volterra, dotato di leccarda sottostante per il recupero di preziosi umori.

 

250 anni del Bambolo

Per il prosieguo del Settecento si alternarono vari osti (Ranieri, Bizzarri, Giuseppe Bassi ed altri) ma le fortune maggiori arrisero col Regno d’Etruria e l’impero Francese, quando le truppe viaggiavano per Piombino e l’Elba e facevano tappa fissa al Bambolo, dove trovavano ospitalità gli ufficiali, mentre la soldataglia si accampava nei dintorni, insidiando con accanimento il bestiame allo stato brado o nelle mandrie.

Non mancavano compiacenti donnine, un po’ di dolce vita e frequenti liti, fra cui un pestaggio, feroce e correttivo, ad un ufficiale francese che pretendeva la forchetta comunitaria tutta per sé. Una notte ci scappò perfino il morto, nella persona di uno sprovveduto soldato svizzero, che si era azzardato a rubare polli al Casone. Dovette intervenire il vicario di Castagneto, “Pettinella” Gennari, che però si rifiutò di entrare nell’osteria perché scarsa igiene e decenza. I francesi chiamavano l’osteria “Bamboula” (indicante, oltreché una danza africana, un luogo di baldoria e gozzovigli) che i castagnetani tradussero alla buona in “Bambolo”.

L’oste Francesco Gualdi, che ora contemporaneamente affittuario della pesca al Seggio, disponeva di un forno a due piani, detto “fumicaia”, creato per affumicare le anguille, che, estendendosi la palude fino al porto e alle dune costiere, costituivano, insieme ai ranocchi, un alimento abbondante, corroborante e redditizio.

Nel 1831 fu rifatta nel tracciato attuale, da San Guido a San Vincenzo e poi fino a Grosseto, la via Aurelia, sopraelevata di due braccia (m. 1,16) dotata di otto ponti e fiancheggiata da pioppi, per cui, in parallelo, nel 1832 fu restaurato anche l’osteria. Però, malgrado il frequente cambio di gestori (Ghepardi, Massai, Salardi, Benvenuti, Fulceri, Fabbri, Billi) la nuova “grande strada di Maremma”, anziché fermarsi, tirava di lungo con carri e barrocci. Né minore fortuna incontrò il proprietario di Corneto, che dovette vendere ai Gherardesca, per i debiti accumulati, tutto il possedimento. Un'altra delusione, per l’osteria, fu la creazione della ferrovia, inaugurata il 20 ottobre 1863 con il toponimo di Bambolo, perché proprio lì doveva trovar sede la stazione, ma il conte Ugolino preferì spostarla nella sede attuale, in mezzo a quattro sue nuove case coloniche.

Dopo una vana e prolungata pubblicità sulla Gazzetta di Firenze e sul Giornale Pisano, il Bambolo fu costretto ad immolarsi alla invadente mezzadria. Nel 1860 una stanza fu affittata alle poste, poi comparve un primo colono (Giovanni Grassi), e poi altri, fino a quattro. Anche l’attigua e allineata stalla di “Corneto”, fu soprelevata da “Bombo” Salvatori, il muratore amico del Carducci, per un nuovo mezzadro, finché nel 1870 l’osteria dimise del tutto e la mezzadria dominò per quasi un secolo.
Nell’ultimo dopoguerra, nel 1962, anche la mezzadria scomparve dai rapporti umani e nel 1967 il Bambolo tornò alle origini, sia pure in più moderne e sontuose vesti, trasformandosi negli attuali hotel e ristorante.

Luciano Bezzini