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Del Bambolo, seppure
con diversa denominazione, si parlava
già in epoca preromana, allorché
le carovane e il traffico diretto al nord
e viceversa si facevano sosta per rifocillarsi
e cambiare i cavalli, che venivano parcheggiati
nel vicino “addiaccio” (da
cui il toponimo “Ghiacci”,
ancora in esercizio).
Vi furono rinvenuti, in varie epoche,
numerosi oggetti dell’età
del bronzo, frammenti di accette, cuspidi
di lance, resti di fibule, morsi di
cavallo, testimoni indiscussi di intensa
attività viaria e operativa.
Da epoca immemorabile la via Aurelia,
per aggirare l’ampio golfo della
foce del Seggio, giunta da sud al Bambolo
deviava verso nord est, incontrava il
“Casalone dell’Osteria del
Piano di Castagneto” che distava
circa un chilometro e mezzo dalla via
Aurelia attuale e un centinaio di metri
della Fossa di Bolgheri, proseguiva
poi per Scalabrone e l’ “Osteria
Vecchia del Piano di Bolgheri”,
infine rientrava nel percorso attuale
poco prima di San Guido.
Nel 1749, subentrati i Lorena ai Medici,
fu emanata la Legge sui Feudi e i grandi
latifondisti, per non essere classificati
feudatari e privati dei loro possessi,
furono costretti ad apportare notevoli
migliorie ai propri possedimenti, specialmente
ai cassoni ed alle osterie che sorgevano
lungo le grandi vie di comunicazione.
Il conte Guido Filippo della Gherardesca,
stabilitosi a Bolgheri, dovette perciò
sostituire l’Osteria del Piano
di Castagneto, ormai semidiroccata e
pericolante, con una nuova osteria,
il futuro Bambolo, ubicata in una posizione
ancor più strategica, cioè
alla confluenza delle strade per i porti
del Seggio della Bassa, delle due divergenti
direzioni della via Aurelia, della via
per Castagneto e della valle dei Molini,
insostituibile fonte gastronomica. I
lavori furono intrapresi nel 1754, giusto
250 anni fa.
Ma il 9 dicembre 1755 il conte venne
a mancare per la malaria e ogni attività
fu inevitabilmente sospesa, per essere
ripresa nel 1756 dalla vedova Virginia
Pandolfini a nome dei figli Ugo, Cammillo,
Tommaso Buonaventura e Neri.
La costruzione si protrasse fino al
1759, con i cardinaletti, gli stipiti,
una grande tavola comunitaria di marmo
e un “mascherone” pure di
marmo, forse un busto dello stesso conte
Guido Filippo, che si ritrovò
cosi ad assolvere la delicata funzione
di insegna della nuova entità
gastronomica. Il tutto scolpito da Romolo
Della Bella, nipote omonimo del costruttore
della chiesina di San Guido e autore
di importanti opere a Castagneto e a
Bolgheri. Purtroppo il mascherone non
ebbe fortuna, perché , in occasione
delle rivolte del Quarantotto, fu abbattuto
e fatto rotolare fino all’inizio
della salita di Castagneto, dove fu
sepolto.
L’osteria, chiamato semplicemente
“Osteria Nuova del Piano di Castagneto”
era priva, secondo le usanze dell’epoca,
di servizi igienici, anche perché
accanto scorreva il Botro ai Molini,
a quei tempi felici ricco di acqua in
ogni stagione e indispensabile fonte
di dissetamento e di igiene per persone
ed animali.
E l’osteria pian piano decollò,
col lungo tavolo comunitario e un fantasioso
girarrosto costruito da un tal Monti
di Volterra, dotato di leccarda sottostante
per il recupero di preziosi umori.
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Per il prosieguo del Settecento si
alternarono vari osti (Ranieri, Bizzarri,
Giuseppe Bassi ed altri) ma le fortune
maggiori arrisero col Regno d’Etruria
e l’impero Francese, quando le
truppe viaggiavano per Piombino e l’Elba
e facevano tappa fissa al Bambolo, dove
trovavano ospitalità gli ufficiali,
mentre la soldataglia si accampava nei
dintorni, insidiando con accanimento
il bestiame allo stato brado o nelle
mandrie. Non mancavano compiacenti donnine,
un po’ di dolce vita e frequenti
liti, fra cui un pestaggio, feroce e
correttivo, ad un ufficiale francese
che pretendeva la forchetta comunitaria
tutta per sé. Una notte ci scappò
perfino il morto, nella persona di uno
sprovveduto soldato svizzero, che si
era azzardato a rubare polli al Casone.
Dovette intervenire il vicario di Castagneto,
“Pettinella” Gennari, che
però si rifiutò di entrare
nell’osteria perché scarsa
igiene e decenza. I francesi chiamavano
l’osteria “Bamboula”
(indicante, oltreché una danza
africana, un luogo di baldoria e gozzovigli)
che i castagnetani tradussero alla buona
in “Bambolo”.
L’oste Francesco Gualdi, che
ora contemporaneamente affittuario della
pesca al Seggio, disponeva di un forno
a due piani, detto “fumicaia”,
creato per affumicare le anguille, che,
estendendosi la palude fino al porto
e alle dune costiere, costituivano,
insieme ai ranocchi, un alimento abbondante,
corroborante e redditizio.
Nel 1831 fu rifatta nel tracciato attuale,
da San Guido a San Vincenzo e poi fino
a Grosseto, la via Aurelia, sopraelevata
di due braccia (m. 1,16) dotata di otto
ponti e fiancheggiata da pioppi, per
cui, in parallelo, nel 1832 fu restaurato
anche l’osteria. Però,
malgrado il frequente cambio di gestori
(Ghepardi, Massai, Salardi, Benvenuti,
Fulceri, Fabbri, Billi) la nuova “grande
strada di Maremma”, anziché
fermarsi, tirava di lungo con carri
e barrocci. Né minore fortuna
incontrò il proprietario di Corneto,
che dovette vendere ai Gherardesca,
per i debiti accumulati, tutto il possedimento.
Un'altra delusione, per l’osteria,
fu la creazione della ferrovia, inaugurata
il 20 ottobre 1863 con il toponimo di
Bambolo, perché proprio lì
doveva trovar sede la stazione, ma il
conte Ugolino preferì spostarla
nella sede attuale, in mezzo a quattro
sue nuove case coloniche.
Dopo una vana e prolungata pubblicità
sulla Gazzetta di Firenze e sul Giornale
Pisano, il Bambolo fu costretto ad immolarsi
alla invadente mezzadria. Nel 1860 una
stanza fu affittata alle poste, poi
comparve un primo colono (Giovanni Grassi),
e poi altri, fino a quattro. Anche l’attigua
e allineata stalla di “Corneto”,
fu soprelevata da “Bombo”
Salvatori, il muratore amico del Carducci,
per un nuovo mezzadro, finché
nel 1870 l’osteria dimise del
tutto e la mezzadria dominò per
quasi un secolo.
Nell’ultimo dopoguerra, nel 1962,
anche la mezzadria scomparve dai rapporti
umani e nel 1967 il Bambolo tornò
alle origini, sia pure in più
moderne e sontuose vesti, trasformandosi
negli attuali hotel e ristorante.
Luciano
Bezzini
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